LETTERE DI EVELINA AI DEVOTI

 

Lettera di Evelina Glanzmann degli anni ‘90

Mi è stato chiesto di collaborare a un ricordo delle origini del vostro Gruppo della Self-Realization Fellowship. Perché no? Anche se col vostro Gruppo, strettamente parlando, io non c’entro, pure ho seguito i suoi inizi e l’ho vissuto in seguito molte volte. Però c’è una difficoltà, anzi due. La prima: non chiedetemi né date né precisazioni. So quali cose sono successe: ma quando? Non ho avuto mai memoria per le date, neanche quando ero giovane. Ora poi, a 88 anni!

La seconda difficoltà è questa. Io, bella o brutta che sia, elegante o sbrindellata, vedo ancora e parlo a molta gente senza imbarazzo, a gente che viene anche da lontano. Ma questo è perché, quando parlo, penso solo a quello che devo dire (per incarico del Guru!) e non a me stessa. Se per un attimo pensassi a me, alla figura che farei mi si chiuderebbe la bocca e non riuscirei a dire più una parola.

Ecco, sul vostro Gruppo non avrei da dire di più di quanto avranno già detto gli altri che vi hanno attivamente partecipato. Perciò vorrei dire piuttosto qualcosa sui Gruppi in generale.

Qual è la ragione per cui si forma un Gruppo? Quella di cercare Dio insieme, la meditazione comune nella quale la concentrazione degli uni aiuti e rafforzi quella degli altri; di poter andare più in profondità di quanto non si riesca a meditare da soli, stando nel mezzo della vita quotidiana. E in maggior parte, tutti la intendiamo proprio così.

Tuttavia, talvolta, i nuovi arrivati, invece di guardare a Dio o al Guru, guardano quelli arrivati prima di loro e, dimenticando il vero scopo che ci unisce, o ci reputano tutti santi, salvo poi a raccogliere qualche delusione, oppure possono pensare che abbiamo sbagliato tutto e che altri, magari loro stessi, potrebbero far meglio. Entrambi sbagliano, naturalmente, perché noi tutti veniamo a questo sentiero così come siamo, con la nostra storia, con i nostri difetti (che, con buona volontà, cerchiamo possibilmente di eliminare), e anche con le nostre virtù, i nostri pregi. Ma ciò che conta non sono né gli uni né gli altri, ma solo l’impegno che ciascuno ci mette per migliorare, a percorrere questo sentiero per la via più diretta possibile e, se dovesse sgarrare, a tornare tranquillamente indietro. Alcuni, all’inizio, pensano che il gruppo serva a socializzare, a giudicarsi, a esprimere le proprie opinioni in un ambiente consono alle proprie. Ma lo scopo non è questo: non esprimere la propria pochezza, ma acquisire ciò che Dio e il Guru ci insegnano, assimilarlo e farlo proprio. Non a guardare l’uno all’altro, ma tutti insieme, in armonia perfetta, guardare in alto, guardare a Dio.

Nel 1964, quando Sri Daya Mata mi comunicò che mi avrebbero nominato meditation counselor, ignorante e tonta com’ero, non ci feci gran caso. Pensai: be’, vuoi dire che darò qualche consiglio, come, in fondo, ho sempre fatto. Ma quando mi fecero partecipare ai satsanga-insegnamento per monaci, e da una lettera che, per il mio lavoro, dovevo tradurre, appresi di essere un rappresentante della SRF, mi spaventai. E scrissi a Brother Mokshananda, che allora curava la corrispondenza, che Evelina Glaznmann poteva ben fare o dire ancora qualche stupidaggine, ma che un rappresentante della SRF non se lo poteva permettere e che perciò non mi ritenevo in grado di rivestire questa carica. Ma Mokshananda mi rispose, con tanta umiltà, “Certamente noi tutti siamo ancora passibili di fare errori: ma il Guru sarà sempre qui a raddrizzare quello che noi facciamo storto.” E questa è una solenne promessa di Gurudeva, promessa mantenuta (eccome!) in tutti questi anni. La presenza del Guru è vigile e costante; lascia spazio al nostro libero arbitrio (purtroppo!), ma sorveglia e guida in silenzio, in modo da ricondurre, alla fine, ogni navicella nel giusto porto. Un proverbio tedesco dice: “I mulini di Dio macinano piano.” Basta saper aspettare.

Tuttavia dipende da noi renderci coscienti di questa presenza costante e delle benedizioni che porta con sé. Giorno per giorno, essa guida e protegge col suo amore ciascuno di noi, ma è il rendercene coscienti che ci dà la sicurezza che è la nostra felicità.

Parlando del vostro Gruppo, farò un esempio piccolo piccolo di quanto ho detto qui. Come ho premesso, noi della SRF non siamo tutti santi, ma tentiamo di diventarli imboccando questo sentiero con tutta la nostra umanità. E così possono anche insorgere incomprensioni, e perfino antagonismi entro i gruppi ancora imperfetti. E ciò si verificò come ovunque anche da voi.

La cosa sembrava così grave che fui chiamata d’urgenza per cercare di calmare le acque. Mi precipitai, e dopo le sei ore di macchina andai al Servizio in Cappella, piuttosto stanca. Tutto andò bene, senonché alla fine ci fu un subbuglio, malgrado le mie esortazioni alla pace: tanto che a un certo punto dissi (sbagliando anch’io): “Se questo gruppo non va bene, fatevene un altro.” Ma poi dissi: “No! Bisogna salvare il Gruppo!”

Il giorno seguente, ancora stanchissima, decisi di meditare preparandomi al compito che m’incombeva. Ma mi addormentai, finché non mi svegliò il telefono: “Evelina sono le quattro.” Indignata risposi: “Ma che modi sono questi! Svegliarmi alle quattro di mattina!” “Guarda che sono le quattro del pomeriggio, e noi siamo tutti già riuniti qui. “Schizzai fuori da letto e corsi giù, impreparata al massimo. E tutto andò male! Le due fazioni erano inconciliabili, e rincararono la dose, malgrado le mie suppliche: “Salviamo questo Gruppo!” Tutto fu vano. E allora ricorsi all’ultima (!) risorsa. Mi girai verso la foto grande del Guru e lo implorai: “Io non so più che dire e fare. Ora pensaci tu!” E in quello stesso momento, qualcuno cominciò a farsi l’autocritica. “Si, forse ho esagerato”, e dall’altra parte si fece lo stesso: “Ma, forse è colpa mia.” E il dialogo proseguì su questa scala, e alla fine la riunione si concluse a baci e abbracci. Il Guru ci lascia fare, ci lascia sbagliare, ma se lo invochiamo, interviene e rende naturali le cose impossibili. Nel corso dei 46 anni della mia appartenenza a lui, innumerevoli volte l’ho potuto constatare. Evviva il Guru!

 

134x21 separatore

 

L'etimologia della parola "persona" rimase misteriosa fino alla decifrazione della lingua etrusca intorno agli anni 60: "persoa" significava maschera. Tutte le persone sono maschere dello Spirito, la maggior parte opache e distorcenti l'intrinseca luminosità dell'anima, poche quasi o del tutto trasparenti: Evelina era trasparente, in lei si vedeva lo Spirito, si vedeva il Maestro e di questo era consapevole. Per questo voglio che sia lei a parlare di sé stessa e non io a parlare di lei. Ecco le sue parole tratte da lettere che mi indirizzò - GDF

 

Varese 1 agosto 1981

La tua lettera mi ha dato molta gioia. Sono felice della tua trasformazione interiore, felice che il Guru si sia servito di me per aiutarti a trovare in te quello che cercavi. Hai indovinato dicendo che sai già a chi avrei passato la tua gratitudine. Infatti io non c'entro proprio niente con l'aiuto che parecchie persone hanno ricevuto "da me".

Vedi, non so se te l'ho detto, ma il più bel complimento che mi sia mai stato fatto è quello di un amico di Lubiana che un giorno mi disse: "Quando tu arrivi a Trieste, io non lo so, ma mi sento subito sollevato e aiutato". Io mi misi a ridere e dissi: "Ma io non sono nessuno!" E lui: "Certo, ma quando tu viaggi, il Guru viaggia con te". Ed è veramente così. Io non faccio niente, ma porto lui alla portata di coloro che hanno bisogno di vedere e sentire per rendersi conto della sua costante presenza e del suo amore.

La prova lampante la ebbi qualche anno fa, in occasione di una mia visita in Toscana. Anni prima avevo conosciuto due amici che mi volevano parlare. Uno dei due "abboccò subito" e si iscrisse alla SRF (e c'è ancora). L'altro, dopo avere detto che ci avrebbe pensato e che sarebbe venuto a trovarmi, non ne fece niente, e non ne seppi più niente per anni. Perciò mi meravigliai quando mi dissero durante quella mia visita che desiderava parlarmi. Infatti c'invitarono a cena insieme e poi ci lasciarono soli.

Durante quel colloquio mi resi conto che questa persona non aveva alcun bisogno di iscriversi alla SRF, perché la sua profondissima religiosità trovava nel cristianesimo il suo pieno appagamento. Però mi disse questo: "Spesso mi sono trovato in crisi, e sempre tu mi hai aiutato a venirne fuori". Io? Non gli avevo mai scritto, non lo avevo nemmeno pensato, certo non avevo fatto proprio niente. Ma ogni volta che lui aveva bisogno di "qualcuno", pensava a me o mi sognava, ed immediatamente gli arrivava l'aiuto.

Questi episodi sono bellissimi e fatti per nutrire la nostra umiltà. Il Guru, o Dio,

si serve di qualsiasi strumento si trovi a portata di mano ed è bello poter essere quello strumento, perfino senza saperlo. Infatti nello stesso momento in cui pensassimo di aver fatto qualcosa, di essere qualcosa, anche se fossimo santi, in quel momento non lo saremmo più!…

…Forse hai ragione se dici che sono tra quelli che non sono mai usciti da "quel giardino". Però il Padrone di Casa mi ci ha messo a giocare a mosca cieca, ahimè! E raramente si lascia acchiappare...

 

Varese, 15 giugno 1991

La tua gentile lettera mi ha sorpreso, ma naturalmente l'ho molto apprezzata. Ritenevo di averti deluso mostrandoti troppo della mia faccia "umana", e inoltre al nostro ultimo breve incontro ti ho trattato forse un po' bruscamente. La verità è che ero all'estremo delle mie forze di resistenza. Se avessi visto le mie radiografie comprenderesti che era da più di trent'anni che facevo miracoli per usare questo buffo scheletro (che mi ripromettevo di usare per fare il fantasma dopo la mia morte, per far ridere anziché piangere quelli che rimangono.)

Ormai circa trent'anni or sono, mio genero, medico, mostrò le mie ossa a un collega, il quale disse: "Ma questa qua è ancora viva? Se sì, starà sulla sedia a rotelle". Invece no, è da appena un anno che vi sono definitivamente confinata perché il Guru aveva ancora bisogno di me e mi sosteneva ossa, muscoli e morale, sempre quand’era necessario.

Così quel giorno a Milano avevo lavorato come un bue non solo tenendo i colloqui, ma dovendo andare su e giù per i lunghi corridoi sopra e sotto anche perché la porta di quella stanza si chiudeva a scatto e quando volevo rientrare nessuno sapeva chi avesse la chiave. Finito l'ultimo colloquio non ne potevo più di stare seduta o in piedi e dovevo assolutamente andare a sdraiarmi. Questa fu la ragione per cui, trovando ancora tre persone dietro la porta mi spaventai e temo di avere trattato tutti male.

Oggi mi scuso ma non fu colpa mia, da quanto detto, comprenderai di avere sbagliato supponendo in me la falsa modestia di dire e pensare di avere fatto poco nella mia vita e che avrei potuto fare di più. Ecco, "dovuto" forse, ma potuto no, perché date le mie condizioni fisiche, la mia ignoranza e costituzionale pigrizia, devo affermare di aver fatto il massimo possibile, con l'aiuto del "Suggeritore" e Sostenitore divino. Infatti ricordo un giorno a Milano, in cui giunsi a malapena al Centro e in cappella, perché oltre ai dolori avevo una robusta influenza che non mi lasciava neanche pensare. Arrivai là per miracolo, di fronte al pubblico che aspettava il satsanga, e non mi veniva in mente neanche un pensiero. Allora dissi: "Scusatemi, devo aspettare il suggeritore!" Guardai il Guru, e il satsanga venne fuori bellissimo perché, come quasi sempre, non era mio, ma suo, del "Suggeritore".

Come vedi, sono tutt'altro che modesta. Sono, anzi, orgogliosa di essere "la scopa del Guru" che, stando tranquilla in un angolo, non vale niente, ma quando il Padrone decide di far qualcosa, prende questa scopa e ne fa quello che vuole. È per questo che, acciaccata come sono e a 82 anni, sono ancora qui e non mi è concesso di andarmene almeno per ora. E, ohibò, come si potrebbe confondere il Maestro con una scopa?

Avrai visto la traduzione italiana di "Only Love"…… Ed è proprio di questo che parla la tua lettera: "Quanto più siamo vicini al Signore, tanto più siamo vicini tra noi tutti e la verità nascosta e misconosciuta dell'Uno nei molti e dei molti nell'Uno si rende manifesta." Ricordo quello che risposi un giorno a mio marito, che diceva: "Ma come è possibile amare tutti? Non ne resterebbe neanche una briciola per nessuno". La mia risposta fu questa: "L'amore divino non è una torta che si sbriciola quando la vuoi tagliare a fette; è un embrione che quanto più si divide, più cresce."

Il Dio che, malgrado tutto, è sempre in me, saluta ancora il Dio che è in te. Evelina